di Anna Spena su VITA

Famiglie, imprese, atenei, Terzo settore. Il caso afghano ha svelato come in questi anni in Italia sono maturate esperienze e capacità di reale interazione e integrazione dei migranti. Un pezzo di Paese che rappresenta una cultura sempre meno minoritaria e che sa mettere in campo soluzioni pragmatiche. Un pezzo d’Italia che merita di essere raccontato. Il book del numero di Vita in distribuzione da venerdì getta una luce proprio su quei soggetti che nella pratica quotidiana assicurano integrazione e sicurezza

Faisal, Abdul, Aida, Rasha, Ismael e tutti gli altri arrivati con il ponte aereo da Kabul hanno originato una piccola ma profonda rivoluzione. Davanti alle loro storie e ai loro volti l’opinione pubblica italiana non ha avuto dubbi sulla necessità e sulla bontà dell’accoglienza. Così la macchina complessa ha potuto mettersi in movimento senza incontrare opposizioni, per trovare una destinazione ai fuoriusciti dall’Afghanistan. Piccoli comuni, città, associazioni del privato sociale e anche singoli cittadini hanno aperto le porte. La prontezza nella risposta smantella un luogo comune. L’emergenza migranti è molto più politica che reale.

I corridoi umanitari, ponti d’umanità
Per raccontare come poco alla volta in Italia si sia strutturato un modello di accoglienza/integrazione che può fare la differenza dobbiamo tornare al 2015. Alla fine di quell’anno viene firmato un protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche, la Tavola Valdese, la Cei-Caritas e il Governo, per aprire il primo corridoio umanitario. «Mille profughi siriani, che vivevano nei campi profughi in Libano, sono arrivati nel nostro Paese», ricorda Daniela Pompei, responsabile della sezione migranti e accoglienza di Sant’Egidio. «Da allora abbiamo firmato altri cinque protocolli per portare in Italia i rifugiati dall’Etiopia, dalla Giordania, dal Niger, dalla Libia, dalla Grecia». I corridoi permettono a persone in condizioni di vulnerabilità un ingresso legale sul territorio italiano. Una volta qui i profughi sono accolti dai promotori dei progetti: «Strutture ecclesiastiche, famiglie, associazioni laiche, mettono a disposizione gli appartamenti per le famiglie rifugiate, e ogni mese si fanno carico delle spese e dei percorsi di integrazione dei rifugiati», spiega Pompei. Attraverso i corridoi umanitari sono arrivate più di 3mila persone in Italia, su un totale di 3.700 giunte in Europa.

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il sommario del primo capitolo del book

Da umanitari ad universitari
Proviamo però ad uscire dalla logica della vulnerabilità. Dovremmo guardare a chi arriva come guardiamo a noi stessi: “cosa sogno?”, “cosa voglio?”, “cosa mi piacerebbe fare?”. Una delle iniziative più significative per superare la logica della risposta solo emergenziale è il progetto “University Corridors for Refugees”, che dà la possibilità a giovani che non hanno potuto continuare gli studi nel Paese in cui hanno trovato protezione di ottenere visti per motivi di studio in Paesi terzi. L’iniziativa in Italia è partita nel 2019 e ha coinvolto già 28 università che hanno messo a disposizione 70 borse di studio. La selezione degli studenti, svolta dai singoli atenei, si è basata sul merito accademico e sulla motivazione. I vincitori delle borse di studio sono rifugiati provenienti da Eritrea, Somalia, Sudan, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo. Arrivare in un luogo sicuro dove poter studiare è anche il sogno di Adam, 16 anni, nato in un campo rifugiati in Darfur. Quando ne aveva 11 è fuggito da solo dal Sudan verso la Libia e da allora ha perso i contatti con la sua famiglia. Da due anni vive in un campo per rifugiati in Niger, e tra poco potrebbe scattare la svolta della sua vita. Con l’iniziativa “Pagella in tasca — Canali di studio per minori rifugiati”, che si rivolge ai minori che si sono distinti nelle attività educative disponibili al campo, promosso dall’organizzazione umanitaria Intersos e da Unhcr, Adam sarà accolto in Italia da una famiglia affidataria e inizierà ad andare a scuola. Insieme a lui il progetto coinvolgerà 35 minori non accompagnati tra i 16 e i 17 anni.

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il sommario del secondo capitolo del book

L’accoglienza in famiglia e nei Piccoli Comuni
L’accoglienza è una sorta di mosaico: ogni pezzettino da solo non funziona, ordinati insieme ci restituiscono un’immagine completa. In Italia il Sai (ex Sprar) — Sistema di accoglienza e integrazione — ha all’attivo (numeri aggiornati ad agosto 2021) 885 progetti territoriali a cui partecipano 724 enti locali per 32.506 beneficiari, coinvolgendo in totale oltre 1.800 comuni. Tra loro i 41 comuni che aderiscono alla rete dei “Piccoli Comuni del Welcome”, paesini con meno di 5mila abitanti secondo cui «Welcome è un nuovo modo di fare welfare», dice Angelo Moretti, presidente del Consorzio Sale della Terra che ha promosso il manifesto. «Nel nostro Paese 3mila comuni su 8mila rischiano l’estinzione. Sono proprio questi i contesti perfetti per sperimentare modelli di accoglienza diffusa. I migranti fanno rivivere i nostri territori». Fuori dai sistemi di accoglienza governativi c’è una vivacità del mondo del privato sociale che non ha eguali. «Dallo scorso 15 agosto, quando è scoppiata la crisi afghana, ci hanno contattato 970 famiglie da tutta Italia per aprire le porte delle loro case ai rifugiati», racconta Fabiana Musicco, direttrice di Refugees Welcome Italia, organizzazione indipendente che promuove la mobilitazione dei cittadini per favorire l’inclusione sociale dei migranti arrivati nel nostro Paese.

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Refugees Welcome ha già all’attivo oltre 300 convivenze su tutto il territorio nazionale. «Con le famiglie facciamo un percorso di formazione, le aiutiamo a comprendere chi sono i rifugiati e da che situazione arrivano», spiega Musicco. «Poi i vari gruppi territoriali dell’associazione fanno un abbinamento tra l’ospitante e l’ospitato. Le due parti si incontrano e firmano il patto di ospitalità. I rifugiati restano in famiglia per almeno sei mesi e chi accoglie li accompagna nel percorso verso l’indipendenza». Un modello, quello dell’accoglienza in famiglia, che funziona così bene che anche l’ong Moas ha cercato di esportare la buona pratica a Malta per sopperire alle difficoltà che incontrano i rifugiati sull’isola nel percorso di integrazione. Il progetto è attualmente nella sua fase pilota: una giovane famiglia della Valletta, con due bambini, ospita da alcuni mesi Samuel, un richiedente asilo di 21 anni proveniente dal Sud Sudan. In Italia il paradigma sta cambiando: «Se fino a qualche anno fa il concetto di accoglienza era schiacciato sulla logica “apri le porte al prossimo perché è bisognoso” oggi l’attenzione si sposta sulle famiglie e sulle comunità accoglienti», dice Lucia Forlino, project manager dell’ufficio politiche migratorie e protezione internazionale di Caritas Italiana. «Un processo straordinario di vita in comune che sviluppa un welfare di comunità di cui possono beneficiare tutti, non solo i rifugiati». Ne è un esempio il progetto “Apri”, un’iniziativa nazionale della Caritas Italiana, avviata lo scorso anno: una rete attivissima dove sono state accolte 623 persone, di cui 186 minori, che ha coinvolto 53 diocesi e 100 parrocchie, 350 famiglie tutor volontarie, e avviato 30 accoglienze in famiglia.
I tutori volontari per i Misna
Al 31 agosto 2021 i Misna, minori stranieri non accompagnati, censiti in Italia sono 9.131. Arrivano traumatizzati dalla permanenza nei centri di detenzione in Libia, sopravvivono…

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