Nessun contrasto all’azzardo è efficace se non parte dai territori e dall’ascolto delle famiglie in difficoltà. Alla Caritas diocesana di Benevento si sono mossi ascoltando, stando al fianco delle famiglie in difficoltò e agendo. Crescono infatti le adesioni da parte di esercenti e cittadini alla campagna “No Slot” Ne parliamo con Angelo Moretti, coordinatore Caritas Diocesana di Benevento-Cittadella della Carità Evangelii Gaudium

Ci sono le edicole, i bar, ci sono i negozi. E ci sono loro: i negozianti di Benevento che decidono di non ospitare o togliere l’azzardo dai loro negozi. La Caritas di Benevento ha lanciato una importante campagna contro l’azzardo. Importante perché fatta col sorriso sulle labbra, ma senza nascondere la realtà delle cose.

La realtà sociale

«La nostra è una città invasa dall’azzardo, lo si vede a occhio nudo», ci spiega Angelo Moretti che della Caritas Diocesana di Benevento è il coordinatore. «Nel Sannio, ci sono più di 1400 macchinette mangiasoldi, senza contare tutto il resto. E uno studente su due – racconta Angelo – mostra problemi legati direttamente o indirettamente all’azzardo». Benevento ha oggi circa 60mila abitanti, una bella università (l’Università del Sannio) e la sua provincia, considerando il rapporto tra la spesa e il Pil, i colloca al settimo posto fra i territori italiani che dissipano in azzardo. Fin qui qualche numero per capire.

Ma dal capire all’agire, il passo può essere breve o terribilmente lungo. Soprattutto se la realtà si riduce a una messe di numeri e parole. «Noi – prosegue Angelo – abbiamo un centro d’ascolto». Quando ascolti davvero, allora agire è una conseguenza inevitabile. Alla Caritas seguono e hanno seguito più di 2900 famiglie. «Credimi, quando famiglie, donne, uomini, anziani vengono a chiedere un aiuto – spesso un aiuto economico – quasi sempre, andando a fondo, scopriamo debiti, malesseri, conflitti legati all’azzardo. Ma dare numeri “certi” su questo è difficile, perché predomina la paura». Paura di non farcela, paura di dire, paura di affrontare il male alla radice, paura del giudizio. «L’azzardo è un fantasma che si aggira per le nostre città, non sempre lo vedi, ma ne percepisci la presenza. E come accadeva nei vecchi film degli zombies, non sai mai se chi ti passa accanto è stato colto dal male oppure no». Per questo, Angelo ci racconta come sia fondamentale l’ascolto. È il primo passo. Il primo passo decisivo.

 

“Abbiamo deciso di premiare questi eroi sociali che dicono no all’azzardo. Accando al codice penale, infatti, dovrebbe esistere un codice premiale, che dà una sanzione positiva alle virtù”

Che cos’è un quartiere? Il caso del rione Ferrovia

Un rione centrale, luogo di transito di moltissime persone, che da viale Principe di Napoli porta dritto alla stazione. Qui, ci racconta Angelo, vivono 6000 persone e ci sono 22 esercizi commerciali. Solo 2 – 1 bar e 1 edicola – non vendono azzardo. «Questo rione è un esempio che molto ci dice di certi ammodernamenti urbani. È stato sistemato, aggiustato, “ri-urbanizzato”. È un bel rione, un posto dove sulla carta è bello vivere. Ma nessuno ha pensato che il cuore di un quartiere è la sua gente. Ci hanno pensato quelli che vendono azzardo e così, come funghi, dopo il riammodernamento hanno aperto sale slot». Angelo Moretti tocca qui un punto cruciale: «può esistere un’urbanistica che, oggi, non tenga conto degli effetti deflagranti sul tessuto sociale o in termini di sicurezza di queste sale? L’urbanistica o è amica dell’uomo o non è». Un tema attualissimo, visto che le proposte di “riorganizzare” la diffusione territoriale dell’azzardo arrivate in questi mesi da Roma sembrano replicare questo schema della “città vuota”: aprire casinò di quartiere e far ruotare tutto il resto attorno. Nel concreto, può funzionare per il “business”, non certo per quei diritti primari di dignità, sicurezza e salute che sono al centro del nostro ordinamento civile.

“L’azzardo è un fantasma che si aggira per le nostre città, non sempre lo vedi, ma ne percepisci la presenza. E come accadeva nei vecchi film degli zombies, non sai mai se chi ti passa accanto è stato colto dal male oppure no”

 

Premiare le virtù

«Nel rione Ferrovia ci sono 20 negozi e solo 2 non hanno slot o altri “merce” del genere. Noi siamo partiti da qui». La Caritas è partita dall’edicola De Rienzo, da una donna, straordinaria, e da una storia: quella che da 2 generazioni dà continuità e senso a questa attività commerciale. «Quando l’edicolante ha detto “non posso vedere la gente ammalarsi nel mio negozio”, ci siamo detti: questa presa di consapevolezza è la radice dell’etica. E siamo partiti». O, meglio, hanno proseguito un lavoro che già nel 2012 aveva dato un segno alla città: l’apertura, da parte della Caritas, di una fattoria sociale con un bar dichiaratamente no slot. Il tutto in un altro quartiere residenziale della città di Benevento. Ad agosto del 2013, la svolta e un’idea, carpita da un prezioso suggerimento dell’economista Luigino Bruni. «Abbiamo deciso di premiare questi eroi sociali. Accando al codice penale, infatti, dovrebbe esistere un codice premiale, che dà una sanzione positiva alle virtù, le fa vedere, fa vedere che si può fare». Quando gli parlo di etica, Angelo Moretti mi interrompe: «Non vogliamo dire che questi siano negozi etici, questo aprirebbe un discorso complesso. Noi, semplicemente, con umiltà, diciamo qui si fa questo, si fa questa cosa e si mette in pratica una virtù: rinunciare a facili guadagni, voltando gli occhi dall’altra parte quando ad ammalarsi è il nostro prossimo».
Oggi la campagna prosegue e sta attirando sempre più attenzione. Molti commercianti riflettono, cominciano a pensare. Nessuno li attacca, nessuno li accusa. Si dice solo che esiste un’altra opzione. E questa opzione merita una sanzione sociale positiva, perché non lede ma fortifica il legame sociale.

 

Dare un senso all’innovazione sociale

A Benevento, le possibilità di lavoro per i giovani sono ridotte. Nei dibattiti che, da Nord a Sud attraversano il Paese c’è chi parla di innovazione, chi di investire in formazione, chi di nuove tecnologie e competenze digitali. Cose importanti, forse cruciali. A patto di non dissiparle. Angelo ci aiuta a capire che cosa accade nella realtà del Sannio. Un’università importante, dicevamo, e tanti giovani ingegneri. E una storia, che Angelo Moretti ci racconta. Una storia esemplare: nel dicembre 2010 con una struttura di ingegneri informatici beneventani, la Provincia e il Comune, la Caritas realizzò delle pionieristiche casse “ingegnerizzate” e card per il market solidale. Una splendida opportunità per questi giovani ingegneri, oltre che un tentativo di innovare la pratica di sostegno del pacco alimentare. Angelo torna nel 2013 e trova l’azienda e quegli ingegneri oramai dedicati a progettare roulette interattive. È una storia che spiega le scelte tragiche a cui sono soggetti i giovani del Sud.

“La nostra università forma ingegneri che hanno come unico sbocco lavorare per chi produce piattaforme di gioco online. Dobbiamo pensare al domani e dare un altro progetto di economia e condivisione ai giovani della nostra terra”

Molti ingegneri, spiega Angelo, se vogliono restare qui non hanno altra scelta che lavorare in una grande azienda del beneventano, oggi leader nello sviluppo di piattaforme di gioco online. Qui c’è una delle multinazionali dell’azzardo, una società che detiene circa il 30% della raccolta del mercato italiano del poker online ed è tra i principali fornitori di questi servizi in Europa. Il ragionamento di Angelo è chiaro, tocca il nervo del problema: «se l’unica opportunità che diamo ai nostri giovani, formati da scuole e università pubbliche, quindi con risorse comuni, è quella di lavorare nel settore dell’azzardo, allora è urgente per tutti capire che, in questo modo, non consentiamo libertà di scelta, dissipiamo soldi pubblici e energia socaiale e non offriamo reali alternative ai territori».

“L’Ilva è un paradigma della cultura dell’azzardo, un paradigma di una parte della nostra economia. È il paradigma del nostro concetto di relazione sociale ed ambientale. Dobbiamo cambiare paradigma”

L’Ilva come paradigma dell’azzardo

Servono codici premiali e politiche non solo urbanistiche, ma indistriali che tengano conto di tutto questo. «L’azzardo è come l’Ilva», ci spiega Angelo. O, meglio, «l’Ilva è un paradigma della cultura dell’azzardo, un paradigma di una parte della nostra economia. È il paradigma del nostro concetto di relazione sociale ed ambientale. Mi interessa l’ambiente solo quando mi tocca personalmente, mi interessano le relazioni solo quando sono quelle “mie”». Cosa potrebbe accadere a Benevento se tutta l’industria dell’azzardo, la sua catena postindustriale di prodzione-consumo si inceppasse? «Accadrebbe che tutto l’indotto del gioco resterebbe a bocca asciutta e Benevento si troverebbe nella necessità di dare risposte a quella famiglie che hanno basato i propri redditi proprio su questa nuova forma di diossina “sociale” e noi ci troveremmo davanti a una catastrofe». Ecco perché è importante iniziare a capire che dobbiamo trovare una strategia di uscita, senza far pesare, in ogni discussione, la questione occupazionale. O ce la poniamo ora, davvero, questa questione o ci ritroveremo tutti malati e al collasso e, allora, non avremo proprio più nulla da dire o obiettare». Ma uscire si può, lavorare a una terza via è possibile. «Basta guardare i volti sorridenti dei nostri amici edicolanti e baristi e avere a cuore il benessere dell’uomo, la sua dignità». A guardar bene, quello che Angelo ci sta raccontanto è tutto scritto. Dove? Nella Costituzione italiana. E, ancor prima, nel cuore di chi sa ascoltare.

Ovviamente la campagna sociale “No Slot” continua, ci spiega infine Angelo, e le attività commerciali possono aderire contattando l’ USTAC (Ufficio Stampa e Comunicazione Caritas Benevento) scrivendo una mail comunicazionecaritas@diocesidibenevento.it. «Avranno così la possibilità di far riconoscere l’attività commerciale “No Slot” ai tanti che scelgono di andare in quei negozi, premiando chi fa questa scelta. Quando si vede attaccato alla vetrina il bollino adesivo di Sabiria #noslot #noazzardo con in mano il nome della campagna sociale si capisce che abbiamo la stessa visione delle cose: al centro c’è il legame sociale, non ciò che lo distrugge».

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