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I dati Istat sui Centri anti violenza-Cav nel 2022.
La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e contro la violenza domestica (Istanbul, 2011) prevede che gli Stati aderenti predispongano “servizi specializzati di supporto immediato, nel breve e lungo periodo, per ogni vittima di un qualsiasi atto di violenza che rientra nel campo di applicazione” della Convenzione.
A seguito della ratifica della Convenzione da parte dell’Italia nel 2013 i Piani nazionali contro la violenza hanno segnato un importante cambio di passo nella conoscenza del sistema di protezione delle donne vittima di violenza.
L’Istat ha iniziato, dal 2017, a rilevare dati attinenti al Sistema della Protezione delle donne vittime di violenza. Nel 2018 sono state avviate le Indagini sulle prestazioni ed erogazioni dei servizi offerti dai Centri antiviolenza (CAV) e analoga rilevazione sulle Case rifugio, nel 2020 la rilevazione statistica sull’Utenza dei Centri antiviolenza e la diffusione dei dati del numero di pubblica utilità (1522) contro la violenza e lo stalking. Queste rilevazioni sono realizzate in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità-Dpo presso la Presidenza del Consiglio e con le Regioni.

  • Nel 2022 aumenta l’offerta di Centri antiviolenza: in totale sono 385 +3,2% rispetto al 2021, +37% rispetto al 2017 (primo anno dell’Indagine).
  • Gli sportelli di ascolto (665) contro la violenza, attivati dal 52,2% dei Centri antiviolenza, favoriscono la prossimità territoriale della rete di protezione per le donne.
  • I CAV (nell’83,7% dei casi) hanno attivato nuove forme di comunicazione destinate alle donne: in particolare, a partire dal periodo della pandemia sono state introdotte le comunicazioni via email, messaggi scritti e utilizzo dei social.
  • Sono 105.129 i contatti per richieste di aiuto delle donne, anche questi in aumento (+4,9% rispetto al 2021).
  • L’85,1% dei CAV aderisce alle reti territoriali: più forte è la rete territoriale della governance, maggiore è la capacità dei CAV di offrire servizi alle donne.
  • Presso i CAV operano 5.916 operatrici. Nel 48,7% dei casi prestano il proprio servizio in forma esclusivamente volontaria ma la percentuale di personale retribuito è in aumento.
  • I CAV formano le loro operatrici: nell’86,8% dei casi questo avviene almeno una volta all’anno anche con corsi non organizzati direttamente dai CAV stessi.
  • Nel 2022 le donne che hanno contattato almeno una volta i Centri antiviolenza sono state 60.751, in aumento del 7,8% rispetto al 2021 e del 39,8% rispetto al 2017, un dato analogo a quello dell’aumento dei Centri.
  • Sono poco più di 26mila le donne che nel 2022 stanno affrontando il loro percorso di uscita dalla violenza con l’aiuto dei CAV.
  • L’uscita dalla violenza è un percorso complesso tra i vari servizi. Il 20,9% delle donne si è rivolto a più di tre servizi prima di approdare al CAV.
  • Le donne chiedono di essere ascoltate e di essere accolte ma anche di essere aiutate nella ricerca di un lavoro e di una casa.
  • Le donne che si rivolgono ai CAV hanno subito soprattutto violenze fisiche, psicologiche, minacce e violenze economiche, che possono durare anche da anni; violenze che conducono al pronto soccorso nel 31% dei casi e in ospedale (13,6%). Per il 30% delle donne il rischio di recidiva è stato valutato alto o altissimo.
  • Il profilo delle violenze si delinea in modo del tutto simile a quello che emerge per le vittime dei femminicidi: gli autori sono in prevalenza partner ed ex-partner (78,3%), seguono gli altri familiari (11,1%).
  • La propensione alla denuncia (che avviene per il 41,8% degli autori) è legata al numero di forme di   violenze subite dalle vittime: va dal 24,9% nel caso di una sola violenza al 56,9% nel caso in cui le violenze siano più di cinque.
  • Il 27,5% delle donne ha chiesto un provvedimento di allontanamento o di divieto di avvicinamento e/o di ammonimento; richieste soddisfatte nel 69,7% dei casi e ottenute entro 15 giorni nel 30%.

Nel 2022 le donne vittime di violenza hanno potuto contare su 385 CAV, distribuiti per il 37,9% nel Nord (22,1% nel Nord-ovest e il 15,8% nel Nord-est), per il 31,4% nel Sud, per il 20,8% nel Centro e il restante 9,9% nelle Isole. L’aumento è stato del 3,2% tra il 2021 e il 2022 e del 37% rispetto al 2017 (primo anno dell’Indagine).
Rapportando il numero di CAV alla popolazione femminile emerge un’offerta di protezione per le donne che risulta pari a 0,13 CAV ogni 10mila donne a livello nazionale, valore che sale a 0,18 al Sud ed è più basso nel Nord-est (0,10), nel Nord-ovest (0,11) e nelle Isole (0,12). Nelle regioni del Centro è in linea con il valore nazionale (0,13).

Nella maggior parte dei casi (63,6%) l’ente promotore dei CAV è un soggetto privato qualificato operante nel sostegno e nell’aiuto alle donne vittime di violenza. Nel 33,5%, invece, è un ente locale, in forma singola o associata e, in forma residuale, nel 2,9% dei casi, un ente locale consorziato o associato con un soggetto qualificato privato. Tra i CAV del Nord-ovest (84,1%) e delle Isole (76,9%) i promotori sono soprattutto di natura privata, mentre al Centro soprattutto di natura pubblica (58,4%). Tra i CAV del Sud è più alta (7,8%) la percentuale di CAV che hanno come promotore un ente locale ma consorziato con un soggetto privato (nel Nord-est questa forma non è mai presente).

Più di un terzo (35,5%) dei soggetti promotori si occupa in maniera esclusiva di violenza di genere, valore che tra i soggetti di natura privata sale al 54,1%. Tra questi, i valori più alti sono registrati tra i CAV del Centro (67,7%) e del Nord-est (65,8%).

Quando l’ente promotore è un soggetto privato o un ente locale consorziato o associato con un soggetto qualificato privato, nel 79,3% dei casi esso è registrato nel Registro Unico Nazionale del Terzo Settore presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (RUNTS). Il valore più alto è al Centro (96,6%) e quello più basso nelle Isole (dove soltanto il 55% degli enti promotori è registrato al RUNTS).

L’ente promotore è spesso anche il gestore del Centro – sia in forma esclusiva (69,1%) sia in collaborazione con altri soggetti (2,9%), mentre nel 28,1% dei casi la gestione del Centro è affidata ad un altro ente/soggetto. Nei CAV del Nord-ovest prevalgono i Centri a gestione diretta del promotore (86,6%), tra quelli del Centro il 55,8% dei gestori è un ente/soggetto terzo rispetto al promotore. Tra i gestori di natura privata, allo stesso modo dei promotori privati, più della metà di essi (52,7%) si occupa di violenza di genere in maniera esclusiva, con valori più alti registrati tra i CAV del Centro (67,6%) e del Nord-est (60,4%). Tra i gestori di natura privata che si occupano esclusivamente di violenza di genere, la stragrande maggioranza di essi (97%) ha almeno 9 anni di esperienza specifica in materia di violenza contro le donne.

Quasi tutti i CAV (99,1%) aderiscono al numero nazionale di pubblica utilità 1522 e il 74,5% ha una reperibilità telefonica “h24” rivolta al pubblico per emergenza/gestione di situazioni di pericolo. I CAV erogano diverse tipologie di servizi con varie modalità operative. Nel 2022 prevalgono i colloqui in presenza (99,1% dei Centri), seguiti da colloqui telefonici o videochiamate (93,7%) e dalle comunicazioni via email, messaggi scritti e utilizzo dei social (83,7%), modalità attivate soprattutto in seguito alla pandemia da Covid-19.

Le attività dei CAV, oltre che presso la proprie sedi centrali, vengono garantite anche attraverso gli sportelli di ascolto operativi sul territorio, predisposti da più della metà dei CAV (52,7%).
Gli sportelli offrono servizi simili a quelli dei CAV e sono attivati soprattutto nel Nord-ovest (63,4%), meno nelle Isole (38,5%). Tuttavia, proprio i CAV delle Isole, hanno un numero medio di sportelli per CAV più elevato (9,4) rispetto al valore medio nazionale (3,6).

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Fonte: Istat, Rilevazione sui Centri antiviolenza

Nel 2022 le donne che hanno contattato almeno una volta i Centri antiviolenza sono state 60.751 (+7,8% rispetto al 2021). Di queste, 3.979 donne sono state indirizzate ai Centri antiviolenza dal numero di pubblica utilità 1522. Si tratta a livello nazionale di una media di 174 donne per CAV, una ogni due giorni. Sul territorio italiano il quadro è piuttosto variegato: i Centri del Nord-ovest segnalano in media 286 donne, al Sud mediamente 82 donne.
Il numero totale dei contatti nel 2022 è pari a 105.129 (+4,9% rispetto all’anno precedente). Ogni donna richiedente supporto ha contattato in media il CAV 1,73 volte (nel 2021, 1,78).

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Fonte: Istat, Rilevazione sui Centri antiviolenza

Emerge, da queste combinazioni, un quadro di specializzazione e integrazione: per ascolto e accoglienza, supporto e consulenza legale, supporto psicologico e orientamento e accompagnamento ad altri servizi della rete territoriale i servizi sono in prevalenza erogati direttamente dai Centri antiviolenza.
I servizi in cui i CAV operano più spesso in maniera integrata con altri nodi della rete sono, invece, quelli relativi al sostegno all’autonomia – compreso il sostegno economico, il banco alimentare e la distribuzione di vestiario, dell’orientamento lavorativo, del supporto e consulenza alloggiativa e del pronto intervento. 

La partecipazione dei CAV alla rete territoriale antiviolenza è piuttosto alta: 85,1% dei Centri a livello nazionale con picchi nel Nord-ovest e nel Nord-est (95,1%) e valore minimo registrato tra i CAV del Sud (63,1%). Il 9,5% dei CAV evidenzia la non esistenza di una rete territoriale antiviolenza (25,2% al Sud e 1,9% nel Nord-est).
Il territorio di competenza delle reti è soprattutto provinciale (35,4%), a seguire quello intercomunale (31,6%), interprovinciale (18,6%) e comunale (14,5%) con alcune specificità tra le regioni. L’ambito comunale delle reti è poco diffuso nel Nord-est (3,4%) e nelle Isole (4,2%) mentre raggiunge il valore più alto per i CAV del Centro (20,8%). I CAV del Nord-est possono contare su una rete antiviolenza che, più che in altre aree del Paese, è a carattere provinciale (46,6%) mentre quelli delle Isole prevalentemente su una rete a carattere interprovinciale (41,7%). I CAV che possono contare sulla rete territoriale sono in grado di fornire più risposte alle donne per reagire alla situazione di violenza e avviare un percorso di uscita. In particolare, questo vale per il servizio di pronto intervento, servizio di orientamento e accompagnamento ad altri servizi della rete territoriale, supporto e consulenza alloggiativa, supporto all’autonomia, orientamento lavorativo, supporto per i figli minorenni e sostegno alla genitorialità, per la mediazione linguistica-culturale e per gli altri servizi rivolti a donne straniere, rifugiate e richiedenti asilo.

Nei CAV lavorano 5.916 operatrici che nel 48,7% dei casi prestano il proprio servizio in forma esclusivamente volontaria: in media 17 unità per Centro, con forte eterogeneità tra le regioni. I CAV del Nord-ovest e del Nord-est dispongono in genere di più personale (rispettivamente 25 e 21 unità in media), seguono i CAV del Centro (16 unità in media), delle Isole (12) e del Sud (10). Nel Nord-ovest i CAV assorbono il 34% del personale (volontario e non volontario), seguiti dai CAV del Nord-est (22,1%), del Centro (21,2%), del Sud (17,2%) e delle Isole (5,5%).
I CAV del Nord-ovest offrono supporto al 38,6% delle donne che hanno chiesto aiuto, seguiti dai CAV del Centro (22,1%), del Nord-est (19,3%), del Sud (13,8%) e delle Isole (6,3%). Rapportando il personale in servizio al numero di donne che hanno contattato i CAV, sono mediamente 10, a livello nazionale, le donne in carico ad ogni operatrice, valore che sale a 12 nel Nord-ovest e nelle Isole, e è minimo al Sud (8 donne per operatrice). Tra le diverse figure professionali emergono le operatrici di accoglienza (41,3%), le avvocate (16%) e le psicologhe/psicoterapeute (14,1%).

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Fonte: Istat, Rilevazione sui Centri antiviolenza

Considerando le ore svolte in una settimana tipo di attività dei CAV, emerge come il profilo professionale “a maggior vocazione volontaristica” sia quello delle avvocate, che prestano la metà delle ore (50,6%) in forma volontaria, seguite dalle addette all’orientamento lavorativo (42,7%) e alla comunicazione (39,1%). Nel corso degli anni è progressivamente cresciuto il personale retribuito. Nel 2017 le volontarie rappresentavano il 56,1% del totale del personale in servizio, 55,5% nel 2018, 50,4% nel 2019, 49,3% nel 2020, 49% nel 2021 fino ad arrivare al 48,7% nel 2022.

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Fonte: Istat, Rilevazione sui Centri antiviolenza

Il personale che opera nei CAV è formato e aggiornato attraverso corsi specifici organizzati dai CAV (79,9% dei casi). I Centri del Nord-est sono più attivi sul fronte formativo (90,2%), meno quelli del Sud (68%). Le tematiche oggetto di formazione sono varie: prevalgono i corsi organizzati sull’approccio di genere e la metodologia di accoglienza (91,4% dei CAV), sulla valutazione del rischio (75,6%), sulla Convenzione di Istanbul (75,3%), sull’accoglienza delle donne migranti (51,6%) e sulle donne con disabilità (soltanto il 30,1%). Il tema della disabilità risulta poco trattato anche in relazione all’organizzazione di iniziative e alla predisposizione di materiali accessibili a tutte le donne con disabilità sensoriali o intellettive (offerti soltanto dal 18,6%; nel Centro 26% e nelle Isole 11,5%). L’89,6% del personale dei CAV riceve formazione per affrontare i differenti tipi di violenza previsti dalla Convenzione di Istanbul (ad.es. le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati, i matrimoni precoci).

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Fonte: Istat, Rilevazione sui Centri antiviolenza

La formazione obbligatoria, non necessariamente organizzata direttamente dal CAV, è garantita almeno una volta all’anno dall’86,8% dei CAV: nel 2021 era 86,6%, nel 2020, in piena pandemia, il 78,3% e nel 2019 il 90%. L’11,7% dei CAV del Centro Italia organizzano la formazione almeno una volta al mese, contro un valore medio nazionale del 6,6%.

L’attività dei CAV, oltre a rappresentare un presidio di protezione per le donne, costituisce anche il luogo di riferimento per una crescente diffusione della cultura della prevenzione rispetto alla violenza di genere, sia per gli operatori del settore, sia per la cittadinanza. Oltre tre quarti (75,4%) dei CAV ha organizzato attività formative rivolte all’esterno, l’impegno formativo caratterizza soprattutto il Nord-est (86,9% dei CAV), il Nord-ovest (84,1%) e le Isole (80,8%). Gli operatori sociali e le associazioni di volontariato sono i principali destinatari delle attività formative. A seguire, gli operatori sanitari, le forze dell’ordine, gli avvocati e le organizzazioni sindacali.
A livello territoriale, i CAV del Nord-est e delle Isole effettuano più formazione rispetto al valore nazionale nei confronti di tutti i target di riferimento. I CAV del Nord-ovest organizzano più formazione per gli operatori sanitari e sociali e i CAV del Sud per gli avvocati. Nel Centro, la quota di CAV che organizzano formazione è sempre inferiore al valore nazionale per ognuno dei target di riferimento.

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Fonte: Istat, Rilevazione sui Centri antiviolenza

Tra le altre attività i CAV organizzano anche iniziative culturali di prevenzione, pubblicizzazione e sensibilizzazione sul fenomeno della violenza sulle donne (96,3%) anche nella forma di laboratori e corsi di sensibilizzazione rivolti/aperti a tutta la popolazione (47,3%), interventi presso le scuole (89,4%) e raccolte di documentazione e dati sul fenomeno (78,8%).

Nel corso del 2022 sono poco più di 26mila le donne che hanno affrontato il percorso di uscita dalla violenza con l’aiuto dei Centri. Tutte le informazioni che vengono riportate nel prosieguo sono riferite a queste donne. La maggior parte delle donne (il 77,7%) ha iniziato il percorso nel 2022, il 18% nel 2021 e poco meno del 5% da due anni. Dai dati riferiti ai Centri attivi sia nel 2021 sia nel 2022, e che hanno risposto a questa rilevazione, emerge un aumento (+9,4%) delle donne che hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza (20.438 nel 2021, 22.355 nel 2022).
La decisione di intraprendere un percorso per uscire dalla violenza sembra arrivare a distanza di anni dall’inizio della violenza stessa: per il 41,3% delle donne sono passati più di cinque anni dai primi episodi di violenza subita, per il 33,5% da uno a cinque anni, per il 13,5% da sei mesi a un anno e solo per il 7,1% delle donne il tempo intercorso tra violenza subita e inizio del percorso presso il CAV è inferiore ai sei mesi.
Il 17,7% delle donne ha iniziato il percorso di uscita dalla violenza in situazioni di emergenza, era cioè in una situazione di pericolo o a rischio di incolumità. Di queste, il 75% subiva violenza da più di un anno e il 38,3% da più di cinque anni.

Il percorso di uscita dalla violenza è complesso e spesso le donne cercano diverse forme di servizio di supporto. Il 12,7% delle donne chiede aiuto attraverso la propria rete informale di relazioni e non contatta servizi generali o specializzati[4], il 20,9% delle donne si è invece rivolto a più di tre servizi, potenziali nodi della rete territoriale antiviolenza, prima di approdare al CAV, il 29,2% a due servizi e il 50% ad uno.
Prima di iniziare il percorso con i CAV, il 43,5% delle donne si è rivolta ai parenti (nel Sud 56,6% e nelle Isole 66,4%), e a seguire ai servizi generali, come le Forze dell’Ordine che intercettano il 31,9% delle donne che chiedono aiuto. La percentuale maggiore anche in questo caso si riscontra nel Sud (il 44,2% delle donne).
Un ruolo importante viene svolto anche dai pronto soccorsi e dagli ospedali che intercettano il 28,4% delle donne. Questo nodo della rete antiviolenza risulta essere fondamentale nel Centro dove incontra il 46,7% delle donne. L’ultimo sevizio generale è costituito dai servizi sociali: vi si è rivolto il 16,3% delle donne, con valori più elevati per il Sud (20,9%) e il Nord Ovest (19,3%).
Il mondo della scuola, i consultori, il medico di medicina generale (MMG) o il pediatra di libera scelta (PLS) e le istituzioni religiose intercettano soltanto una quota residuale di donne (rispettivamente 1,7%, 3,7%, 3,7%, 2,2%) ma possono comunque svolgere all’interno della rete un ruolo importante migliorando la capacità di individuazione del fenomeno e veicolando il più possibile le informazioni sui servizi specializzati presenti sui loro territori.
L’11,6% delle donne si è rivolto invece ai servizi specializzati, con punte massime nel Mezzogiorno (18,4% nel Sud e 19,9% nelle Isole). Più specificamente, il 6,2% ha contattato il numero 1522 e il 5,4% altri CAV.
La rete informale e i servizi generali sono i potenziali nodi della rete antiviolenza che, insieme al CAV, conducono la donna attraverso il percorso di uscita dalla violenza. Quasi cinque donne su 10 sono state indirizzate ai CAV da amici e parenti, il 13,1% delle donne dalle Forze dell’Ordine, a cui si aggiunge un altro 8,2% di donne che vengono indirizzate ai Centri dagli altri servizi generali, siano essi sanitari o sociali. Non trascurabile nemmeno è la percentuale di donne (8%) che arrivano al CAV attraverso i professionisti (avvocati, psicologi/psichiatri).

Le donne quando arrivano ai Centri portano quasi sempre con loro il bisogno di essere ascoltate (più di nove donne su 10) e di essere accolte (quasi otto donne su 10). Quattro donne su 10 hanno bisogno di un supporto e una consulenza legale e psicologica. L’orientamento e l’accompagnamento ad altri servizi della rete territoriale rappresenta la necessità del 24,6% delle donne, mentre altre richieste di aiuto legate alla protezione (messa in sicurezza e percorso di allontanamento dal maltrattante) sono espresse da circa una donna su 10, così come l’aiuto per l’autonomia (supporto sociale e/o educativo, sostegno all’autonomia e orientamento lavorativo). L’analisi per tipologia di violenza subita non evidenzia differenze rilevanti nei bisogni di cui le donne sono portatrici.

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Fonte: Istat, Rilevazione sull’Utenza dei Centri antiviolenza

Le donne che avviano insieme ai CAV il loro percorso di uscita dalla violenza hanno in prevalenza tra i 40 e i 49 anni (27,5%), seguono le 30-39enni (24,6%). Le donne con meno di 29 anni costituiscono il 18,6%, tra queste le giovanissime sono lo 0,3%. Hanno tra i 50 e i 59 anni il 16,3% delle donne, il 5,6% tra i 60 e i 69 anni, mentre le ultrasettantenni sono il 2,3%. Sono soprattutto donne italiane (64,9% contro il 30,6% di nazionalità straniera), per il 4,5% non è stata indicata la cittadinanza.
Provare a delineare il profilo delle donne che intraprendono un percorso di uscita dalla violenza non è semplice, dato che molte informazioni non sono trasmesse[5] dai Centri. Una quota rilevante di donne quando ha iniziato il percorso viveva con i figli (58,9% delle donne) o con il partner (44,6%) o con altri familiari o parenti (17,9%) mentre solo l’11,2% viveva da sola.
Il 61,3% ha un’istruzione medio alta (43,9% delle donne con un diploma di scuola secondaria di II grado, 17,4% con un diploma di laurea o un dottorato) e più del 50% lavora (il 38,9% ha un’occupazione stabile, mentre il 14,3% lavora saltuariamente). Il 26,1% è in cerca di una prima o di una nuova occupazione; il 6,4% è studentessa, il 7,5% casalinga. Circa il 60% delle donne dichiara di non essere autonoma economicamente, valore che sale a più del 90% per quelle in cerca di prima occupazione, più dell’80% delle disoccupate, studentesse e casalinghe e il 45,4% per quelle che hanno un lavoro precario.
Il 40,2% delle donne (10.515) che stanno effettuando un percorso di uscita dalla violenza con i CAV hanno indicato di avere subito tra le violenze anche quella economica, come ad esempio l’impossibilità di usare il proprio reddito o addirittura di non conoscere l’ammontare del denaro disponibile in famiglia; in altri casi invece sono escluse dalle decisioni su come gestire il denaro familiare.
Alcune donne presentano situazioni di maggiore fragilità (il 5,6%), legate a dipendenze (da alcool, droga, gioco, psicofarmaci, per il 3,1%), a situazioni debitorie gravi (1,9%), a precedenti penali (0,6%) e prostituzione (0,5%).
La presenza di una rete informale di supporto è importante sia, come abbiamo visto, per accompagnare la donna al CAV, sia durante il percorso di uscita della violenza. Il 52,5% delle donne può contare su familiari, parenti o amici a cui si può rivolgere in caso di bisogno.

Tra le donne che stanno affrontando il percorso di uscita dalla violenza, il 66,7% ha subito una violenza fisica, il 50,7% una minaccia, l’11,7% ha subito uno stupro o tentato stupro, a queste va aggiunto il 14,4% che ha subito altre tipologie di violenze sessuali quali ad esempio le molestie sessuali, molestie online, revenge porn, costrizioni ad attività sessuali umilianti e/o degradanti.
Molto diffusa è violenza psicologica che, essendo quasi sempre esercitata in concomitanza di un’altra forma di violenza, viene subita da quasi nove donne su 10. Quattro donne su 10 stanno invece affrontando una violenza di tipo economico. Minoritaria la percentuale di donne vittime di tratta (0,5%) o che ha subito una qualche forma di violenza prevista dalla Convenzione di Istanbul (2,1%), come matrimonio forzato o precoce, mutilazioni genitali femminili, aborto forzato, sterilizzazione forzata.
Sono soprattutto le donne tra i 30 e i 39 anni ad aver subito violenza fisica (71,7%). La violenza sessuale riguarda invece più spesso quelle che hanno meno di 29 anni (38,3%). Le donne con più di 30 anni sono quelle che più delle altre (più di nove su 10) hanno subito almeno una forma di violenza come minacce, stalking, violenza psicologica, violenza economica.
Nella maggioranza dei casi le diverse forme di violenza si sommano tra loro: solo il 15,2% delle donne ha subito un solo tipo di violenza, il 24,8% ne ha subiti due, il 26,4% tre ed è pari al 33,4% la quota di donne che hanno subito più di quattro tipi di violenza.
Tra coloro che in passato hanno assistito a episodi di violenza fisica e sessuale del padre sulla madre tale valore sale al 44,2%, rispetto al 34,3% di chi non vi ha assistito, differenza che, con buona probabilità, testimonia quanto la trasmissione intergenerazionale della violenza sia motivo di esposizione al rischio di subire violenze reiterate. Dalla letteratura e dai dati dell’indagine Istat sulla violenza contro le donne emerge, infatti, una forte correlazione tra assistere alla violenza tra i genitori o subire la violenza da piccoli e subirla da adulti.

Tra le donne che hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza, la durata della vittimizzazione varia a seconda della tipologia di violenza subita. Una storia più lunga di abusi, che dura almeno da cinque anni, riguarda il 45,5% delle donne che hanno subito violenza fisica e il 43,3% di quelle che hanno subito almeno una minaccia, stalking, violenza economica o psicologica (indicata nel grafico come altra tipologia di violenza). Diversamente, tra le donne che hanno iniziato il percorso a seguito di un singolo episodio di violenza, la forma di violenza maggiormente rappresentata è la violenza sessuale (14,2%).

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Fonte: Istat, Rilevazione sull’Utenza dei Centri antiviolenza

Il 40,3% di queste donne ha avuto paura per la propria vita o per quella dei propri figli, il 28,4% si è rivolta almeno una volta al pronto soccorso e il 13,6% è stata ricoverata in ospedale in conseguenza della o delle violenze subite[6]. Le donne che sono state ricoverate o sono andate al pronto soccorso hanno subito prevalentemente violenza fisica (rispettivamente 75,7% e 81,2%). Anche la paura per sé e per i propri figli aumenta per chi ha subito violenza fisica: sono il 48,7% contro il 25,1% di coloro che hanno subito violenza sessuale e il 24,9% delle donne sulle quali è stato esercitato un altro tipo di violenza (minacce, stalking, violenza economica e psicologica).
Sono 12.403 le donne che hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza e che hanno ricevuto da parte delle operatrici dei Centri una valutazione del rischio di subire nuovamente violenza; tra queste il 70% è risultato avere un rischio medio o basso mentre per un terzo (30,0%) il rischio è stato valutato alto o altissimo.
Particolarmente critica la situazione delle donne più giovani: sono, infatti, quelle che più frequentemente delle altre si recano al Pronto soccorso (49,3% contro un dato generale pari al 31,0%). Stessa dinamica, seppure con differenze più contenute, è riscontrabile anche in relazione al ricovero in ospedale (15,3% contro un dato generale del 13,6%). Inoltre, ad esser valutate ad altissimo rischio è il 46% delle donne con meno di 16 anni e il 40% di quelle tra i 16 e i 29 anni, mentre nella stessa condizione si trovano poco più di un quarto delle donne dai 60 ai 69 anni (27,4%) o dai 70 anni e oltre (28,2%).
Elevatissimo il numero di casi in cui i figli assistono alla violenza subita dalla propria madre (73,1% delle vittime che hanno figli) e nel 21,9% dei casi i figli sono essi stessi vittima di violenza da parte del maltrattante. Circa il 14,6% delle vittime ha subito violenza durante la gravidanza: percentuale che varia dal 18,3% di chi subisce violenza fisica al 15,3% di chi subisce violenza sessuale o altro tipo di violenza. Il 66,8% e il 28,8% delle donne che hanno subito violenza in gravidanza hanno subito violenza rispettivamente dal partner e ex-partner.

Per la quasi totalità delle donne (95,6%) le violenze sono riferibili a un solo autore e nel 3,4% dei casi a due. Gli autori della violenza si trovano soprattutto tra le persone con cui la donna ha legami affettivi importanti.
Nel 53% dei casi è il partner della donna a perpetrare le violenze, nel 25,3% si tratta di un ex partner, nell’11,1% è un altro familiare o parente; le violenze subite fuori dall’ambito familiare e di coppia costituiscono il restante 10,5%.

TIPO DI RELAZIONE CON LA VITTIMAValore assolutoValore percentuale
Partner attuale14.48853,0
– Coniuge/Convivente13.16648,1
– Fidanzato1.3224,8
Ex partner6.91125,3
– Ex Coniuge/Ex Convivente5.04818,5
– Ex Fidanzato1.8636,8
Altro familiare o parente3.03711,1
– Padre9753,6
– Madre2851,0
– Fratello/Sorella3981,5
– Figlio7342,7
Amico, conoscente, collega2.88310,5
– Datore di lavoro/Collega4841,8
– Sconosciuto5712,1
Totale27.349100,0
Fonte: Istat, Rilevazione sull’Utenza dei Centri antiviolenza

Purtroppo le informazioni socio-demografiche ed economiche dell’autore sono state riportate solo per circa il 50% degli autori ma si può provare ad identificare dei tratti prevalenti utilizzando le informazioni disponibili: si tratta di uomini nel 96,9% dei casi, italiani (73,7%), in un’età compresa tra i 40 e i 60 anni nel 54,4% dei casi (31,0% tra i 40 e i 49 e 23,3% tra i 50 e 59 anni), nel 78,4% ha un titolo di studio di scuola secondaria (41,3% di I grado e nel 37% di II grado), nel 74,1% è occupato (il 60,5% ha occupazione stabile e il 13,7% saltuaria). Un autore su cinque (21,7%) ha una forma di dipendenza, come alcool, droga, gioco o psicofarmaci. Emerge, inoltre, che nel 12,1% dei casi l’autore era già stato violento con altre donne, ma nel 69,2% dei casi la donna non era a conoscenza di questa informazione.

Il sostegno dei Centri antiviolenza stimola una maggiore consapevolezza da parte della donna che si esplicita, tra l’altro, nella denuncia alle autorità della persona violenta. Sebbene questa informazione non sia sempre disponibile (non lo è per il 7,3% dei casi), si rileva che il 41,8% degli autori delle violenze è stato denunciato almeno una volta (tra questi il 9,7% più di una volta).
La quota delle denunce è più alta se l’autore della violenza è un ex partner (49,4%): in particolare il 33,9% è stato denunciato una volta e il 15,5% più di una. È più bassa la percentuale di denunce se l’autore è un altro familiare o parente (29,5% dei casi di cui 5,2% più di una volta). La propensione alla denuncia è simile per i partner attuali e gli amici/conoscenti/colleghi e si attesta intorno al 41%. La propensione alla denuncia risente anche del numero di violenze subite e passa dal 24,9% nel caso di una sola violenza al 56,9% nel caso in cui le violenze sono più di cinque mentre non si osservano differenze elevate al variare della tipologia di violenza (si passa dal 48,9% nel caso di violenza fisica, al 46,7% nel caso di violenza sessuale e al 41,9% per le altre tipologie di violenze).
Per poco più di un autore su quattro (27,5%) è stato richiesto un provvedimento di allontanamento o di divieto di avvicinamento e/o di ammonimento. Queste richieste sono state soddisfatte nel 69,7% dei casi. Il tempo passato per ottenere il provvedimento richiesto è stato “entro i 7 giorni” nel 15,4% dei casi e per un ulteriore 17,4% tra gli otto e i 14 giorni. Nel 23,5% dei casi, invece, la donna ha dovuto attendere il provvedimento richiesto dai 15 ai 30 giorni; tempi più lunghi si sono verificati nel 28,3% di casi (il provvedimento è stato ottenuto tra uno e due mesi per il 16,7% degli autori e in oltre due mesi per l’11,6%).
Tra gli autori denunciati, il 12,0% non ha avuto alcuna imputazione nel corso del tempo, il 21,3% ha avuto imputazioni in passato e il 32,7% è ancora sotto indagine. Nel 4,5% dei casi la denuncia è stata invece ritirata. Il 31% degli imputati è stato condannato; per il 64,2% il processo è ancora in corso mentre l’1,3% è stato assolto. Anche dopo l’imputazione continuano ad esserci casi di ritiro della denuncia (l’1,5%).

Al 31 dicembre del 2022 il 43,8% delle donne (11.451) non ha concluso il suo percorso di uscita dalla violenza, il 19,0% ha raggiunto gli obiettivi del percorso individuale, il 25,7% ha abbandonato il percorso e il 7% è stato inviato ai servizi territoriali per concludere il suo percorso di uscita dalla violenza.
Se si analizza l’esito del percorso in base all’anno di inizio dello stesso si riscontra una percentuale più elevata di percorsi conclusi per raggiungimento degli obiettivi tra le donne che hanno iniziato nel 2020 (27,1%), una diminuzione tra le donne del 2021 (17,7%) e un nuovo aumento per quelle che hanno iniziato il percorso nel 2022 (19,0%).
L’esito del percorso risente anche della gravità della violenza. Se si analizza l’esito del percorso (al 31 dicembre 2022) sulla base di variabili che possono essere identificate come proxy della gravità (paura per la vita, ricorso al pronto soccorso, ricovero in ospedale), si evidenziano percentuali inferiori di abbandono tra le donne che hanno avuto paura per la loro vita e per quella dei figli a causa della violenza (21,2% contro il 28,4% del totale delle donne) e tra coloro che sono state ricoverate in ospedale (17,4% contro il 25,9%). Anche per le donne che stanno ancora proseguendo il loro percorso di uscita dalla violenza (43,8%), la situazione è critica: hanno livelli maggiori di paura per la loro vita e per quella dei figli (53,9%), si sono più spesso recate al pronto soccorso (51,4%) e hanno subito almeno un ricovero (64,5%).

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Fonte: Istat, Rilevazione sull’Utenza dei Centri antiviolenza

Le informazioni rilasciate in questo Report sono state rilevate da Istat nell’Indagine annuale sui Centri antiviolenza condotta da maggio a settembre 2023 finalizzata a raccogliere i dati del 2022.
L’Indagine viene realizzata annualmente dall’Istat all’interno di un Accordo di collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio (marzo 2017). L’Indagine rileva tutti i Centri antiviolenza. L’Accordo prevede la realizzazione di un Sistema Informativo integrato sulla violenza contro le donne, un sistema multifonte, che contiene dati relativi al fenomeno della violenza contro le donne nelle sue varie forme e che permette di monitorare il fenomeno sia nei suoi aspetti qualitativi sia in quelli quantitativi (https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne).

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