DIARIO DEL CAMPER

TAPPA di JELSI

Jelsi #Comune numero 10

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Salvatore D’amico, Sindaco di Jelsi, è concreto, spiccio. Ingegnere e per anni Docente negli Istituti superiori. Non più giovanissimo, ha un piglio da ventenne che vuole ricostruire il mondo. Il “suo” mondo, la sua Jelsi.

Non arriva a duemila abitanti, oggi, questo piccolo comune, il cui nome affonda l’etimo nel bulgaro Tibiczan e che rischia di tornare al 1562 quando contava solo 169 famiglie.

L’aggressione dell’emigrazione, il sogno dei #molisani che vanno a sognare in altre Città, in altri Stati, in altri Continenti. Si dice che ci siano almeno altri tre Molise, in giro per il mondo, soprattutto in #Canada, #Argentina e #StatiUniti. Quasi ottantamila molisani sono iscritti all’Aire, il registro dell’emigrazione contemporanea.

Jelsi oggi è uno dei Comuni dell’ “Unione dei Comuni del Tappino (#Campodipietra, #Gildone, Jelsi, #SanGiovanniInGaldo e #Toro), ma il Sindaco ha capito che solo allargando le reti potrà entrare più ossigeno.

Ha cercato la Rete dei Comuni del Welcome, l’ha studiata, ha voluto parlarci, ci ha fatto mille domande. Poi, solo dopo avere avuto tutto chiaro, ci ha incontrati una prima volta e oggi ci ha ospitato per questo incontro al quale ha invitato tutti i cittadini.
Perché per Salvatore D’Amico la comunicazione è principalmente condivisione.

Siamo arrivati in piazza che tutti aspettavano #Ventotene, #ilCamperdelWelcome.
L’immagine all’apertura del portello è incredibile, da flusso canalizzatore: nella piazza, sotto al Comune, una cabina telefonica, perfettamente funzionante.

Si deve portare rispetto, per coloro che considerano il tempo della voce ancora come un valore e non come uno scontato “all inclusive”.

Oggi la #comunicazione, la voce di un parente, dell’innamorata, sono a portata di click, anzi nemmeno, sono alla portata istantanea di un touch. Fino a qualche anno fa una voce non era scontata, gocciolava lenta a scatti inversamente proporzionali a tutte le cose che restavano ancora da dire, all’amore che ti affrettavi a confessare fino all’ultimo secondo disponibile prima che finisse anche l’ultima goccia.

E il bello è che ti restava sempre sete di parlare.

Oggi quella sete non la sentiamo più. Il tempo della doppia spunta blu e abbiamo anche dimenticato cosa ci siamo detti.Passeggiamo, ci offriamo volentieri alle domande dei cittadini, lo sguardo conta le Sale slot: tre. Tre in meno di cinquecento metri di strada.
Anche questo è il morso di chi non ha più il sogno di futuro. Di chi se perde tutto ormai ha già perso tutto.

La #Messa è finita: quanti bimbi, c’erano. Che bella, la comunità che si ritrova nei banchi della chiesa la #domenica: sempre lucidi, si riempiono a fisarmonica al solo cenno della testa ché tutti si spostano o “scalano” per farti sedere accanto a chi vuoi tu. C’è, in quella gestualità “aperta a chi arriva”, il segno di chi siamo, da dove veniamo, il “semeion” di una accoglienza fraterna che ti ammette alla vicinanza in nome di un valore comune a cui tutti devono poter accedere.
Vien da chiedersi: la domenica, dopo la Messa, i tanti #cattolici che poi a casa, e non solo da casa, urlano contro l’accoglienza, esattamente cosa conservano, dentro ma proprio dentro, della #Comunione ricevuta?
Rossa con salsicce o bianca con zucchine: la pasta è semplice, ma ti rilascia in bocca l’energia dei polsi, delle mani e dei pugni stretti che l’hanno impastata, stamattina presto.

Va giù a colpi di Tintilia, rosso corposo traditore il cui cultivar originale arriva dalla #Spagna (e si sente!).

Gianpaolo si è rialzato, ha già l’attrezzatura video pronta. Caffè robusto, la sala consiliare ci aspetta.

E’ piena, sono tutti attenti, ci sono i professori universitari che raccontano dell’indice di vecchiaia molisano tra i più alti d’Italia, precisano che 25 Comuni molisani sono fermi a meno di cinquecento abitanti ciascuno.

Salvatore dell’Oglio e #FabrizioRusso, della Cooperativa Hayet, raccontano del loro duro lavoro di integrazione dei #migranti. La loro è un’esperienza concreta, di impegno sociale e civile, prima che lavorativo. Sono una bella realtà, loro, qui. E’ un bel legame, quello che ci unisce.

E’ il momento: il Sindaco, Salvatore D’Amico, firma ufficialmente la propria adesione al Manifesto Piccoli Comuni del #welcome #PCW
Jelsi è il nostro #ventitreesimo #ComuneWelcome. Emozionato. Emozionati anche noi. Danilo ripone gelosamente l’originale del Manifesto: “sécretariat oblige, messieurs!”

La gente ci saluta, ci abbraccia, li ringraziamo perché abbiamo sentito che c’erano tutti, con la loro attenzione e con le loro intenzioni.

Usciamo, aria pungente.
: Francesco segna col dito il bar. La piazza, il Municipio, la Chiesa, il Roxy bar.

E’ la nostra Italia. C’è, è qui, e noi dobbiamo solo avere il coraggio di scoprirne le carni ancora belle, gli sguardi ancora assetati di umanità, lo spazio che riesce ancora a fare all’altro, il gusto con cui ti ammalia a tavola, i colori con cui ti abbaglia, la gioia, la tanta gioia di vita che ancora riesce farti entrare nelle vene anche dietro un pc.

COMUNE DI JELSI

REGIONE

MOLISE

PROVINCIA

CAMPOBASSO

ABITANTI

1.776

SINDACO

Salvatore D’Amico

Il Comune di Jelsi

Il nome di Jelsi non è tuttora chiaro; si ritiene che il nome più antico del paese sia Tibiczan, nome di chiara origine bulgara, poi trasformatosi in vari nomi (elencati in ordine cronologico): Gibbiza, Gittia, “Terra Gyptie”, Gilizza, Gelzi, fino ad arrivare al penultimo nome dato durante il Regno delle Due Sicilie, quello di Ielsi.

Il territorio di Jelsi è formato da colline e piccole valli. Le sponde del Carapelle formano un’ampia conca dal Castello della Rocca fino al Campo della Terra.

Il territorio comunale è attraversato dalla fiumara Carapelle, affluente di destra del fiume Tappino.
La viabilità si poggia principalmente sull’asse portante della strada statale 17, Apuleio-Sannita.

Ubicato su uno sperone di calcareo a strapiombo sul Carapelle (RIPO), il centro storico a stampo medioevale che si presenta su una pianta quasi ellittica, racchiude le emergenze architettoniche più antiche; in largo Chiesa madre si affacciano la chiesa Madre di S. Andrea Apostolo (XI sec.), il Palazzo Ducale dei Carafa (XVI sec.) e la Cappella della SS. Annunziata (XIII sec.).

Monumenti e luoghi di interesse

Palazzo Carafa
Ha pianta rettangolare irregolare e pur se originariamente era un castello medievale, i bastioni basali e la torre centrale ne sono una testimonianza, oggi mostra le tracce e gli stili architettonici dei rifacimenti in seguito agli eventi sismici che hanno segnato il territorio nel tempo.

Palazzo Valiante-Capozio
Costruito dalla famiglia Valiante sui resti di una palazzina realizzata nel 1750 e data alle fiamme, dopo averla saccheggiata il 3 giugno 1799, dalle truppe borboniche capeggiate da Cesare Zanchi, segue gli stilemi dell’architettura provenzale. Il palazzo passò alla famiglia Capozio, feudataria del luogo, nel 1850 e tuttora ne è proprietaria; conserva la struttura rettangolare con torri cilindriche di controllo, portando ancora inalterati i segni del tempo. Adiacente al palazzo sorge una cappella gentilizia fatta erigere da Mons. Luigi Capozio sul finire dell’Ottocento dedicata a Sant’Anna dove ancora si celebrano funzioni religiose.

Chiesa di Sant’Andrea
La chiesa madre di S. Andrea Apostolo si trova nel cuore del centro storico. La sua costruzione risale al X-XI secolo. La pianta è a tre navate e all’interno oltre agli imponenti archi a tutto sesto si può ammirare una cupola che misura 30m di lunghezza, 13m di larghezza e 9m di altezza.

Convento di Santa Maria delle Grazie
Costruito in epoca rinascimentale, è la testimonianza dell’antica storia di Jelsi. Il campanile è un falso storico, mentre la facciata è cinquecentesca, con due statue in logge adiacenti il portale. Sul fianco sinistro c’è ancora il vecchio loggiato del chiostro, con un pozzo interno.

Cappella della SS. Annunziata

Tradizioni e folklore

Festa del grano – Carro di sant’Anna
L’evento più importante che si svolge a Jelsi, e che ogni anno attrae molti turisti, è la festa del grano in onore di sant’Anna. Tutto ebbe inizio come ringraziamento per i lievi danni subiti dalla comunità dopo il terremoto del 1805. In seguito, sempre più è cresciuta la partecipazione, soprattutto dopo aver scampato ad un altro momento funesto: un violento uragano, scatenatosi nei giorni 24 e 25 luglio 1814. Fino a diventare, dalla seconda metà del ‘900, una delle feste più rappresentative del Molise e dell’agricoltura italiana. Per l’occasione, alla fine di giugno, il comitato organizzatore, dopo aver scelto uno dei migliori campi di grano, inizia la mietitura. I covoni ricavati da questa vengono portati lungo le strade del paese, dove gruppi di Jelsesi si radunano spontaneamente per realizzare chilometri di trecce di grano, che vengono allungate lungo i margini del corso principale a mo’ di festoni. Tutto viene preparato per la festa del 26 luglio, sant’Anna. Nel giorno della festa, in media quaranta “carichi” tra traglie e carri di grano, sfilano lungo la strada principale. Guida il corteo-processionale il carro della santa, seguono carri in miniatura, traglie e carri trasportati dai buoi e da trattori che ricordano l’offerta devozionale originaria, e poi grossi carri allegorici e carri che mostrano scene di vita tradizionale contadina. I carichi di grano vengono portati tradizionalmente fuori dal centro abitato, dove il grano viene depositato e, assieme ai carri, benedetto. Una festa che coinvolge per circa un mese tutta la comunità e che anno dopo anno riscuote sempre più attenzione, soprattutto per la grande mole di lavoro che viene dedicato nella realizzazione di carri che prendono sempre più i caratteri di vere e proprie opere d’arte. Fino a qualche decennio fa, la maggior parte dei carri realizzati venivano distrutti e ricostruiti con contenuti e foggia diversi nell’anno successivo. Negli ultimi anni le migliori opere realizzate vengono conservate nel MUFEG, il Museo di comunità[3] in cui tutto ciò che riguarda la festa del grano e sant’Anna sono parte integrante del museo: gli spazi dove si intreccia il grano, le opere, i “maestri apparatori”, i luoghi sacri e comunali, le case dei carristi, i trasportatori e i “traglieri” che trasportano le traglie in sfilata (tra questi anche quelli che ancora sono in grado di costruire tale mezzo di trasporto) e il museo della festa, un’esposizione permanente delle opere realizzate, allocato nell’ex convento Santa Maria delle Grazie.

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