di Angelo Moretti su VITA

Dalla Polonia il racconto di Angelo Moretti, portavoce Rete Sale della Terra e dei Piccoli Comuni del Welcome, dove insieme a un imprenditore italiano attivo nel Paese «abbiamo immaginato che il nostro compito fosse quello di aprire le porte. I bimbi non devono odiare il loro passato e, come Pollicino, devono poter tirare fuori la loro forza per riprogettare la loro casa». Risultato? Sta nascendo una filiera dell’accoglienza che dai confini dell’Ucraina arriva in Italia

Quando i carri armati sono entrati in Ucraina, come Rete Sale della Terra e dei Piccoli Comuni del Welcome, abbiamo capito che saremmo stati chiamati a fare la nostra parte, pur consapevoli di essere infinitesimamente piccoli rispetto all’enormità della tragedia. Grazie all’alleanza Per Un Nuovo Welfare ed a Vita abbiamo potuto lanciare un’azione a cui teniamo moltissimo: costruire la pace “da qui”, dalle terre apparentemente non in guerra, attraverso la campagna #abbracciodipace, promuovendo in tutta Italia l’apertura di tavoli di dialogo tra la comunità russa e la comunità ucrainaLa campagna ha preso subito il volo, suscitando molto interesse, anche se c’è ancora tanto da fare perchè i tavoli vengano moltiplicati come azioni strategiche e pedagogiche di estrema importanza “preventiva”, andrebbero promossi soprattutto nelle scuole in cui ci sono studenti di entrambe le nazionalità.
Mentre in Italia la comunità politica sembra totalmente appiattita sulla dimensione militarista ed emergenziale del conflitto, addirittura raggiungendo una improbabile unanimità sull’aumento della spesa in armamenti, abbiamo iniziato a sognare cosa potessero fare le piccole comunità del Welcome per far avanzare la pace.

Nei nostri piccoli comuni le presenze delle due nazionalità sono poco numerose per poter animare i tavoli, ci rendiamo subito conto di dover fare di più. Ad aprile sarebbe dovuto partire il Camper del Welcome Ventotene per andare al confine tra Polonia e Bielorussia e promuovere i piccoli comuni del Welcome di Europa, ma la guerra, con i suoi missili, sconvolge i nostri piani, facendoci rendere conto è assolutamente necessario anticipare la data di partenza prevista. Giovanni Calabrese, un “artivista” straordinario della nostra rete (artista ed attivista), mi scrive dando subito la disponibilità a partire per essere di aiuto alle popolazioni colpite. E così ci mettiamo in moto!

Da lontano non sapevamo esattamente cosa avremmo potuto fare, ma certamente volevamo essere dalla stessa parte di sempre, essere, “accanto alle vittime”.
In poche mosse, attraverso la Congregazione delle Figlie della Carità, arriviamo a contattare un imprenditore italiano che dall’inizio del conflitto ha trasformato tutta la sua importante azienda di Kielce, in Polonia, in un’organizzazione umanitaria.
Pina, l’ingegnere direttrice dello stabilimento di Kielce, donna straordinaria del sud Italia, ha messo da parte la divisa di capo azienda e si è trasformata in autista, assistente sociale, operatrice della logistica. Pina insieme alla sua comunità aziendale, organizza viaggi alla frontiera di Medyka, accoglie profughi in auto, li porta nell’albergo cittadino di Kielce, li cura dalle esigenze quotidiane fino ai progetti di viaggio e di vita futura.

Dopo sette giorni l’imprenditore capisce che ha bisogno di una mano, non vogliono che tutto il lavoro fatto in Polonia possa poi finire in un Cas qualsiasi (centro di accoglienza straordinaria) in Italia, in cui la cura finirebbe in un dormitorio anonimo o in mense collettive. L’imprenditore che preferisce mantenere l’anonimato al telefono mi dice con chiarezza “Angelo vogliamo che queste persone abbiano accoglienza dignitosa e duratura in Italia, e non siano abbandonati nei centri delle prefetture”. Un ceo di un’impresa profit di successo ha compreso meglio di tante organizzazioni del Terzo settore i rischi della cattiva accoglienza e parla al telefono come se avesse da sempre seguito i profughi nella sua vita. Gli garantisco che noi lavoriamo solo per un’accoglienza olistica della persona presa in carico, ci intendiamo al volo e dopo due giorni io e Giovanni siamo a Kielce.

Cosa facciamo ora? Le sigle umanitarie presenti alla frontiera sono centinaia e tutte iper operative. Ci sono pullman e voli gratis, immense montagne di cibo, medicinali e vestiti. La palestra della scuola vicino Medyka, alla frontiera, accoglie tutti, a Varsavia ci sono dormitori da 7mila posti. La macchina della solidarietà funziona alla grande. Capisco che noi possiamo essere il colibrì della favola africana, quel colibrì che intende caparbiamente contribuire a spegnere l’incendio portando acqua nel suo piccolo becco. In questo marasma possiamo fare la nostra piccolissima parte: progettare un’accoglienza di qualità grazie alla disponibilità già dichiarata dei Sindaci dei Piccoli Comuni del Welcome.

Iniziamo ad ascoltare le storie dei profughi e ci accorgiamo che si ripete una condizione psicologica già vissuta nei terremoti dell’Umbria, quando gli anziani, nei giorni successivi al sisma, presidiavano le loro case seduti sulle seggiole all’aperto: chi è stato costretto a scappare non vuole andare troppo lontano da casa, le donne con i loro figli preferiscono restare in Polonia, per essere pronte a ritornare in patria non appena la guerra sarà finita. Chi invece vuol andare via cerca la rete parentale. Coloro che non hanno un progetto migratorio ben definito non prendono facilmente in considerazione l’Italia, sanno del nostro tasso di disoccupazione e delle difficoltà endemiche legate alla nostra burocrazia.

Sono allora i bimbi che osserviamo entrare nella frontiera a suggerisci cosa fare, con i loro sguardi furbi, una mano subito immersa nelle caramelle offerte dai volontari e l’altra mano stretta stretta alla mamma o al manico del suo trolley. Riscriviamo la favola di Pollicino! Sia nella versione di Perrault che in quella dei fratelli Grimm, questo bimbo minuscolo riesce a farsi beffe degli ostacoli che gli adulti frappongono alla sua vita, raggirandoli con scaltrezza e senza mai giudicare nessuno, e raggiungendo l’obiettivo di ritornare nella casa da cui era stato allontanato.

Nel vedere tutti questi bimbi che stringevano peluche come ancore di salvezza al varco di Medyka abbiamo immaginato che fosse quello il nostro compito: aprire le porte alla buona accoglienza nei piccoli comuni del Welcome, salvando e riscrivendo la favola. Questi bimbi non devono odiare il loro passato e, come Pollicino, devono poter tirare fuori la loro forza per riprogettare la loro casa. Devono poter riuscire lì dove gli adulti hanno fallito. Grazie anche al nostro artivista Giovanni Calabrese, accoglieremo nei prossimi mesi, qui in Polonia, piccoli gruppi di persone, donne, bambini, persone disabili ed anziani, che decideranno di partire per uno dei comuni accoglienti, avendo in testa una nuova favola da raccontare: Pollicino fugge dalla guerra e cresce per far ritornare la pace in Europa.

Tutti i Comuni del Welcome si sono impegnati ad aderire al bando del Ministero dell’Interno per estendere i posti dei loro SAI (sistemi di accoglienza ed integrazione) ed hanno fatto una ricognizione delle famiglie accoglienti disponibili per il breve e medio periodo: in poco tempo si potrà arrivare a cinquecento accoglienze. Questa potrebbe essere anche la grande occasione per chiudere la stagione fuorviante dei Cas e riavviare quei modelli di accoglienza diffusa che da Riace, Petruro Irpino, sant’Alessio in poi sono stati l’orgoglio internazionale del popolo italiano.


Foto di Angelo Moretti

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