Biccari

SAN MARCO DEI CAVOTI

REGIONE

CAMPANIA

PROVINCIA

BENEVENTO

ABITANTI

3.058

COMMISSARIO

Comune di SAN MARCO DEI CAVOTI

Il territorio in cui si estende il comune di San Marco dei Cavoti è stato abitato fin dai tempi più remoti, e di questo i ricordi più sicuri si riferiscono alla città di Cenna e al castello di San SeveroIl Niebhur, non avendo trovata segnata questa città di Cenna nelle antiche carte geografiche d’Italia, credette che non fosse mai esistita. Ma altri scrittori e storici come Cluver, Ughelli, Boragine,Falcone Beneventano, Evelyn Jamison, Di Meo, Capasso, Alfredo Zazo e i Registri della Cancelleria Angioina, ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione degli archivisti napoletani, l’ammettono senz’altro affermando che   

si trattava di una città sannita, che si trovava in territorio irpino-sannita e precisamente nel territorio di San Marco dei Cavoti e sia stata abitata al tempo dei Romani. Ma essa ebbe fine in tempi lontani e il territorio rimase disabitato. Perciò il ciclo di questa città si chiuse completamente nel periodo romano-sannitico anche perché alcuni abitanti della città si rifugiarono sul vicino colle, dove in seguito si sviluppò il nuovo abitato di S. Severo. Così il nuovo centro, sorto nel territorio di San Marco, fu S. Severo. L’origine di questo castello è del tutto ignota, anche se sul sito vi sono notizie circostanziate, che lasciano tuttavia larghe zone di ombre. La designazione ci porta all’alto Medioevo. 

I primi sicuri accenni a questo castello li troviamo nel Chronicon Beneventani Monasterii S. Sophiae, in un diploma del luglio 1114, datato appunto da S. Severo. 

Il paese fu distrutto per il terremoto del 9 settembre 1349, ma l’ultimo colpo lo ebbe con la spedizione di Luigi il Grande, re d’Ungheria nel 1352. Rimasto spopolato e distrutto San Severo, il feudatario Luigi di Shabran, che aveva tutto l’interesse a vedere ripopolata la zona, bandì l’invito, naturalmente con larghe promesse di libertà e franchigie, ad accorrere per farsi suoi vassalli. Un folto gruppo di Provenzali diede ascolto alla sua parola.

La prima volta che compare il nome di San Marco è nella Platea antiqua di S. Sofia del 1382. Tre anni dopo, nel 1385, abbiamo le Capitolazioni.
Si consideri infatti che “dei Cavoti” corrisponde all’originale “de Gavotis”, e Gavots erano gli abitanti delle montagne di Gap in Provenza. Quindi “dei Cavoti” è equivalente a “provenienti della città di Gap”, e cioè Provenzali
Il castello continuò ad essere posseduto dalla famiglia dei Shabran fino ad Ermingano, quando ne fu privato dalla regina Giovanna II, che poi, nel 1417 lo donò a Francesco Sforza d’Attendolo. Seguirono altri feudatari, finché non si stabilirono i Cavaniglia dal 1528 in poi.

Si trattava di una famiglia feudataria molto ricca. Basti pensare che per il solo bilancio del 1792, il feudo di San Marco aveva un introito lordo di 10.253 ducati.
Nel 1792, l’ultimo discendente, Carlo Onero Cavaniglia juniore, morì senza lasciare eredi diretti. Figlio di Troiano, duca di S. Giovanni Rotondo, era signore della città di Rodi, di S. Severo, di Candelaro, di Badolato.

Monumenti e luoghi di interesse
  • Chiesa di Maria SS. del Carmine (XIV secolo)
    Situata nella piazza omonima e già intitolata alla SS. Annunziata, conserva degli affreschi del XVIII secolo. 
  • Chiesa di San Marco Evangelista (1975)
    la chiesa attuale sostituì quella originaria che risaliva alla fondazione del paese, ed era dedicata a San Marco di Eca; solo successivamente il culto si spostò su San Marco evangelista. L’edificio, benché moderno, conserva al suo interno pregevoli opere di arte antica, tra cui un notevole crocifisso, due grandi tele sacre (XVII secolo) una delle quali restaurata dal pittore Nicola Ciletti agli inizi del Novecento, i putti marmorei del fonte battesimale ricomposto e alcune statue, tra cui un’Addolorata, Cristo Morto e San Diodoro Martire. Nel tempio sono altresì collocate le antiche sculture che, prima della ricostruzione, ornavano gli altari gentilizi laterali della vecchia chiesa, non più ricostruiti. 
  • Chiesa di San Rocco (XVII secolo)
    Venne costruita nel largo omonimo, immediatamente fuori dalla Porta di Rose, dai pochi superstiti della peste del 1656. La chiesa, di piccole dimensioni, è stata restaurata e riaperta al culto nel 1994 grazie all’impegno della Confraternita di Misericordia.
  • Chiesa del Cimitero (1932 circa)
    In stile eclettico, progettata dall’architetto Gennaro De Rienzo, affianca le tre coeve cappelle gentilizie delle famiglie Colarusso, Zuppa e Jansiti Jelardi, nonché quella De Conno degli anni Quaranta.
  • Chiesa rurale di Santa Barbara (XVI secolo)
    È situata sull’omonimo toppo (collina). La struttura, rimaneggiata nei secoli successivi, è stata restaurata e riaperta al culto negli anni 2000. A pianta rettangolare con tetto in legno, era anticamente ornata sul soffitto da tavolette dipinte tutte andate perdute a causa dei ripetuti crolli e del lungo abbandono ad eccezione di soli due esemplari oggi esposti presso il Museo di Palazzo Jelardi.
  • Porta Grande (XIV secolo con rimaneggiamenti successivi)
    È la porta maggiore del borgo medievale che si apre su Via Roma e immette in Via dei Provenzali e alla zona della chiesa Madre. Sovrastata da una torre merlata (la merlatura fu aggiunta agli inizi del Novecento), nel tempo divenne parte integrante dell’adiacente Palazzo de’ Conno che, già della famiglia Jansiti, fu poi venduto dal professor Ernesto de’ Conno divenendo in gran parte proprietà comunale e sede del Municipio fino al 1975.
  • Altre due porte del paese antico sono la “Porta di Rose” che si apre a nord nei pressi del Ponte Fontanella sul Torrente Tammarechia, e la “Porta Palazzo” a sud, la quale, è così denominata perché parte integrante del Palazzo Marchesale; conduce dalla Piazza del Mercato al Largo Vicidomini. Vi era una quarta porta, ubicata nei pressi di Piazza del Carmine, detta “Porta Nuova”, ma oggi non più esistente.
  • Resti della cinta muraria del paese
    Risalenti alla sua fondazione e a successive fortificazioni, sono visibili nella zona nord del paese nei pressi di Via Francesco Flora e Largo San Rocco, nonché a sud in misura minore, nella zona detta del Casale nei pressi di Via dei Provenzali, in Via Rovagnera e in Via Muro Nuovo (pressi piazza Mercato). Il tracciato murario comprende varie piccole torri.
  • Resti di antico torrione (XIV secolo) nei pressi di Piazza Mercato.
    All’interno, secondo una tradizione orale, il signore del paese vi esercitava lo Ius primae noctis.
  • Casone Jelardi (già Cavaniglia, oggi Ialeggio)
    Risalente al XVI secolo circa, è un edificio fortificato ubicato in contrada Calise, a sud del paese. Realizzato dai Cavaniglia, passò in proprietà alla famiglia Jelardi, poi per metà venduto a Giovanni Ialeggio e per metà passato per eredità da Elisa Jelardi Jansiti a Maria Lembo Jansiti, la quale ha ceduto anche la sua quota alla famiglia Ialeggio. Il Casone è ubicato lungo il percorso di un passaggio segreto sotterraneo (oggi in gran parte crollato) che collegava San Marco al vicino comune di Pago Veiano passando al di sotto del greto del fiume Tammaro ed era utilizzato come via di fuga in caso di invasione e percorribile a cavallo. Oggi l’edificio è sede dell’agriturismo “Il Casone”.

Enogastronomia, arti e mestieri

Il paese del torrone

Il torrone è di gran lunga il più noto ed importante dei prodotti tipici di San Marco. La prima fabbrica di torroni fu aperta nel 1891 dal cavalier Innocenzo Borrillo (1871-1970); nel suo laboratorio fu concepita una svariata gamma di torroni, ma anche altri dolci, specialità di pasticceria e bibite gassate.

Fra questi, il prodotto di punta sono tuttora i Baci, anche noti come Croccantino di San Marco dei Cavoti, ovvero barre di croccante composte da mandorle, nocciole e zucchero, originariamente ricoperte di naspro. Il nome, in particolare, nacque molto prima dei più famosi Baci Perugina, commercializzati solo a partire dal 1922. Il successo dei Borrillo spinse, nel 1926, anche un altro concittadino, Giuseppe Serio, a cimentarsi nella produzione di torroni: la sua ditta per prima iniziò a ricoprire i croccanti di cioccolato anziché naspro, e crearono così la versione attualmente più venduta dei Baci.

Dopo il 1971, con la scomparsa del cav. Borrillo avvenuta all’età di 99 anni, l’attività passò al figlio Arturo e quindi al nipote cavalier Innocenzo junior che tuttora lo gestisce, mentre altri tre suoi nipoti, Anna Maria, Enzo e Michele (figli del figlio Diodoro) diedero vita ad altrettanti laboratori oltre quello originario. A questi se ne sono poi affiancati altri di più recente fondazione, ad opera di cittadini sammarchesi tra cui Giuseppe Palumbo con il marchio Torrone San Marco, Alfonso Fiorelli con La Provenzale e, più recentemente, Antonio Autore con il marchio Autore. Attualmente operano in paese circa dieci piccole fabbriche che producono anche pasticceria e cioccolatini.

La promozione del prodotto è, dal 2001, affidata alla Festa del Torrone e del Croccantino, che si svolge tutti i week end di dicembre dall’8 al 24, e registra in ogni edizione un considerevole numero di visitatori, battendo ogni anno il record del torrone più lungo del mondo che, nel 2016, ha raggiunto i 56 metri. 

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Per secoli l’agricoltura e l’allevamento sono stati la principale attività di San Marco dei Cavoti. Nell’anno 2000 la superficie agricola utilizzata era di 3 505,34 ettari. Tra le coltivazioni principali sono grano, orzo, mais, vitigni e uliveti. La differenza di altitudine nel territorio comunale, ovviamente, comporta una sostanziale diversità di utilizzo dei terreni. Tra essi i più fertili e di migliore qualità sono quelli della contrada Calisi che è a un livello altimetrico più basso e, vicina al fiume Tammaro e al torrente Tammarecchia: infatti è anche attraversata dal tratturo Pescasseroli-Candela.

L’allevamento riguarda tradizionalmente ovini e bovini, questi ultimi presenti anche con esemplari della pregiata razza Marchigiana.

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Degna di nota era l’attività molitoria, di antichissima tradizione ed oggi dismessa. Due mulini ad acqua si trovavano nei pressi del centro abitato, lungo il torrente Tammarecchia, e uno in contrada Calisi, lungo il Tammaro. Originariamente erano tutti di proprietà della famiglia dei feudatari Cavaniglia, e vennero poi ceduti con il diritto di terraggiare alla famiglia Jelardi nel XIX secolo. L’ultimo di essi in Contrada Calisi, oggi diruto, restò in attività fino ad una distruttiva alluvione, nel 1949.

Nel settore dell’artigianato e della piccola industria si distinsero, a partire dalla fine dell’Ottocento, alcune importanti attività, favorite specialmente dalla distanza tra il paese e il capoluogo e dalla difficoltà nei collegamenti, che indussero la popolazione locale a rendersi in certo qual modo autosufficiente. Tra tali iniziative imprenditoriali si ricordano una tintoria per lane e tessuti fondata da Giuseppe Cocca, un molino e pastificio fondato e gestito nei primi anni del Novecento dal nipote omonimo di professione notaio, un lanificio della famiglia Ricci, un oleificio della famiglia Costantini e l’Antica Apicoltura Ielardi, fondata nel 1925 da Nicola Ielardi e tuttora attiva nella produzione di miele di varie qualità. Ma soprattutto, fu importante per l’economia locale la fondazione, nel 1891, della prima fabbrica di torrone della famiglia Borrillo, seguita poi da molte altre. A tutt’oggi, industria dolciaria è quella trainante del settore secondario nel paese.

 

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